Quello che non ho

Giorgio Gallione

Alla Corte
Dal 13 febbraio fino al 18 febbraio

Produzione

Teatro dell’Archivolto

Regia e drammaturgia

Canzoni

Fabrizio De André

Interpreti

Neri Marcorè
Giua, Pietro Guarracino, Vieri Sturlini (voci e chitarre)

Contributi artistici

Scene

Guido Fiorato

Costumi

Guido Fiorato

Canzoni

Fabrizio De André

Arrangiamenti musicali

Paolo Silvestri

Luci

Aldo Mantovani

Neri Marcorè racconta il nostro tempo tra parola e musica, con due speciali compagni di viaggio: Pierpaolo Pasolini e Fabrizio De André.
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Sono due i soli che splendono – ma creando inquietanti e fosche ombre – sullo spettacolo diretto da Giorgio Gallione con Neri Marcorè. Sin dal titolo, gli affezionati riconoscono la luce di Fabrizio De André, cantautore e poeta, oltre che appartata e mirabile figura di intellettuale. Poi, diverso eppure legatissimo, ecco il bagliore di Pier Paolo Pasolini, quello de La rabbia: è lui l’altro poeta, il testimone del suo (e del nostro) tempo, scelto come guida. Due artisti, due giganti, mai allineati, spesso considerati eretici per le loro prospettive e per quel “dire tutto” che, pur evocativo e lirico, affonda le mani nel reale, affrontandone le stridenti contraddizioni.
Per costruire lo spettacolo, che respira il ritmo di un nuovo teatro-canzone, con musiche live – Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini per voci e chitarre e arrangiamenti di Paolo Silvestri – Gallione e Marcorè hanno viaggiato tra le canzoni di De André, in particolare di Le nuvole, e le visioni di Pasolini: l’esito è un concerto-spettacolo capace di evocare storie semplici e emblematiche, drammatiche o disperate eppure filtrate sempre da un afflato di ironia e comprensione. E non è un caso che la drammaturgia di Giorgio Gallione chiami in causa, quasi uno spirito-guida, la sorniona e morale scrittura di Aristofane.
Scrive il regista che il racconto ha toni aspri, parla di temi complessi e attuali, come il fantomatico «sesto continente, un enorme Atlantide di rifiuti di plastica (grande 2 volte e mezzo l’Italia) che galleggia al largo delle Hawaii»; oppure di baracche di rifugiati, delle miniere in Congo, dei soldati bambino, o ancora prende di petto e denuncia l’inquinamento, la povertà, senza dimenticare però una sana ironia, «costruendo così un mosaico variegato di storie (anche in forma di canzone) che si muove tra satira, racconto e suggestione poetica». Neri Marcorè si conferma attore sensibile, impegnato, con quello stile che il critico Rodolfo Di Giammarco, su “Repubblica”, ha definito: «Soave e duro».
Quello che non ho è satira e denuncia civile, è canzone e testimonianza: ma sempre «in direzione ostinata e contraria». Nella speranza che un giorno, da qualche parte, le famose lucciole rimpiante da Pasolini ricomincino a volare e splendere.

 

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