Qualcuno volò sul nido del cuculo

Dale Wasserman da Ken Kesey

Alla Corte

Produzione

Teatro Bellini – Fondazione Teatro di Napoli

Interpreti

Daniele Russo
Elisabetta Valgoi
Mauro Marino
Giacomo Rosselli
Emanuele Maria Basso
Alfredo Angelici
Daniele Marino
Gilberto Gliozzi
Davide Dolores
Antimo Casertano
Gabriele Granito
Giulia Merelli

Contributi artistici

Versione italiana

Giovanni Lombardo Radice

Adattamento

Maurizio de Giovanni

Scene

Gianluca Amodio

Costumi

Chiara Aversano

Musiche

Pivio & Aldo De Scalzi

Luci

Marco Palmieri

Liberandosi in fretta e intelligentemente dal confronto con il film, Qualcuno volò sul nido del cuculo è uno spettacolo serio, coinvolgente, appassionante.
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Qualcuno volò sul nido del cuculo, con la regia di Alessandro Gassmann, è acutamente sospeso tra cinema e teatro. Il regista mira a una comunicazione diretta, vivace, immediata, difende in ogni spettacolo la narratività, la trama, e lo fa integrando smaccatamente gli strumenti cinematografici dell’immagine riprodotta e della musica come elementi drammaturgici primari.  Di Qualcuno volò sul nido del cuculo si possono dire molte cose. Intanto è un testo difficile e poi, ovviamente, tutti tornano con la mente al bellissimo film di Forman. Dunque bene hanno fatto Gassmann e Maurizio De Giovanni (artefice dell’adattamento) a guardare piuttosto al romanzo di partenza, scritto da Ken Kesey nel 1962, dal quale era partito anche Dale Wasserman dieci anni dopo per farne una versione per Broadway che fu base per la successiva sceneggiatura di Forman.
Ottimamente funziona l’ambientazione, traslata nell’Italia di vent’anni dopo, nel 1982, in un “manicomio criminale” come poteva essere quello tristemente noto di Aversa.
E sono degli ottimi attori a rappresentare la follia in tutte le sue declinazioni concrete: non sofismi pirandelliani, ma per quella che è, o potrebbe essere, in un OPG, dando corpo e voce a bipolari, schizofrenici, monomaniacali, paranoici, depressi.
In un manicomio ancora oppressivo, violento, detentivo e punitivo, la malattia mentale è stigmatizzata, repressa. L’angelo della morte ha le sembianze di una suora, madre-padrone implacabile nell’imporre le “regole”; la scheggia “impazzita”, ossia sana, ha invece la verve di un piccolo delinquente che si finge matto per aggirare il carcere, ma che pagherà con la vita la sua inquietudine libertaria, a colpi di elettroshock e lobotomia. Poi c’è la piccola corte dei pazienti, dei ricoverati, affiancati dal personale che danno vita a una micro-comunità in cui spicca – in tutti i sensi – l’enorme silenzio di Capo Bomden: solo lui riuscirà a fuggire in una riconquistata dignità. Gassmann tiene lucidamente le redini della narrazione e il clamoroso successo di pubblico e critica avuto nelle passate stagioni lo conferma.

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