Le baruffe chiozzotte

Carlo Goldoni

Alla Corte
Dal 28 dicembre fino al 7 gennaio

Produzione

Teatro Stabile di Torino

Interpreti

Jurij Ferrini
Elena Aimone
Matteo Alì
Lorenzo Bartoli
Christian Di Filippo
Sara Drago
Barbara Mazzi
Raffaele Musella
Rebecca Rossetti
Michele Schiano di Cola
Marcello Spinetta
Angelo Tronca
Beatrice Vecchione

Contributi artistici

Versione italiana e adattamento

Natalino Balasso

Scene

Carlo De Marino

Costumi

Alessio Rosati

Luci

Lamberto Pirrone

Suono

Gian Andrea Francescutti

Una comunità di poveri pescatori, due matrimoni combinati e uno da fare, la giustizia: a Chioggia scoppiano ancora le Baruffe… #commedia #classici #attori

È lo stesso Jurij Ferrini, regista e autore, a evocare la celebre regia de Le baruffe chiozzotte realizzate da Giorgio Strehler nel 1964: edizione memorabile che svelò ancora una volta la capacità goldoniana di tratteggiare affreschi umili e verissimi. Recensendo quello spettacolo, il critico Roberto De Monticelli scriveva: «Le baruffe è la commedia in cui il realismo di Goldoni attinge più direttamente alla realtà popolare… quella gente di barca e di canale, di “sottoportego” e di “pescaria” il Goldoni l’aveva, come è arcinoto, conosciuta da vicino. Aveva vissuto in mezzo a loro quando a 21 anni era stato, a Chioggia, coadiutore aggiunto nella cancelleria criminale… Non è però il primo testo teatrale italiano che prenda a protagonista esclusivamente il popolo, ma è certo la prima commedia completa, di struttura organica, che punti soprattutto alla rappresentazione di un momento di vita popolare. Ed è il capolavoro che si sa, dal quale rimasero colpiti, a un secolo di distanza, Goethe e Wagner».
Proprio all’afflato popolare guarda oggi Ferrini che chiama attorno a sé un cast assolutamente interessante. E affida a Natalino Balasso, interprete dalla cifra sorniona e comica nato poco lontano da Chioggia, l’incarico della traduzione e dell’adattamento. La commedia funziona in chioggiotto come in italiano: non a caso lo stesso Goldoni, nella sua riforma del teatro, ha lasciato spesso il veneziano per approdare a una lingua italiana fortemente teatrale.
Jurij Ferrini pone al centro del lavoro proprio la lingua, ossia la parola: «C’è il più alto fraseggio goldoniano in quest’opera, il suo straordinario repertorio ritmico e comico. Qualunque sia lo stile registico, la propria personale sensibilità teatrale – spiega Ferrini – tramite cui si mette in scena un suo testo, i dialoghi serrati, i tempi e controtempi comici, restano al centro.  Per questo penso di spogliare ancor di più l’apparato scenico, spingermi oltre ciò che ho realizzato fin’ora, svelando ciò che avviene durante le prove di uno spettacolo; permettendo al pubblico cioè di concentrarsi esclusivamente sul dialogo dei personaggi e sulle loro vicende, senza creare un affresco d’epoca visivo. Del resto il grande Teatro è il regno della parola».