Il padre

August Strindberg

Alla Corte
Dal 13 marzo fino al 18 marzo

Produzione

Teatro Stabile di Genova
Teatro della Toscana

Interpreti

Gabriele Lavia
Federica Di Martino
Giusi Merli

Contributi artistici

Scene

Alessandro Camera

Costumi

Elena Bianchini

Musiche

Giordano Corapi

Luci

Michelangelo Vitullo

Strindberg, secondo Gabriele Lavia, è un titano destinato all’Abisso. Per questo torna, ancora, al Padre.
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«Il padre di August Strindberg – scriveva il raffinatissimo studioso e critico Angelo Maria Ripellino nel 1977 – è uno spettacolo nero, nerissimo, quasi iettatorio. Il regista Gabriele Lavia muove le bieche larve di questo dramma malsano su un’angusta pedana, su un ring, che, a tratti, inferriate tramutano in una gabbia, in una prigione. Perché, come vuole l’autore, la vita coniugale assomiglia a una galera e il rapporto tra l’uomo e la donna si risolve in una ferina lotta a coltello, cannibalesca, di sopraffazioni, che sboccano in scontri selvaggi. Non che ci aspettassimo guizzi di luminaria, ma la lugubrità allucinata di questa stesura è memorabile. Lavia martella senza divagamenti sul tema della micidiale inimicizia tra i sessi». Dunque, con altra consapevolezza e maturità scenica, Gabriele Lavia, che ha ripetutamente affrontato questa tragedia borghese, torna ancora all’amato Strindberg. Sospeso, come è noto, tra naturalismo, espressionismo e simbolismo, per un artista come Lavia – sempre attento alle dinamiche inquietanti dell’animo umano – il grande autore svedese è ancora oggi terreno privilegiato di indagine e di battaglia scenica.
«Strindberg è un gigante», scrive il regista presentando Il padre, «Se si pensa che la sua opera letteraria consta di oltre cinquanta volumi e la sua corrispondenza di altri ventidue volumi e ancora cinquantotto opere teatrali! Se si pensa che la sua vita è stata tempestosa, contraddittoria, estrema e che i suoi interessi si sono rivolti alla pittura (a livello altissimo!) alla scultura, alla fotografia, alla chimica, all’alchimia, alla teosofia – e forse è inventore del fiammifero svedese!. E poi il suo impegno politico e sociale! E poi tutte le donne con cui ebbe rapporti tormentatissimi e disperati. La sua scrittura è Catarsi, è caduta giù nel fondo. La sua opera – famosissima e autobiografica – è “Inferno”… Il padre è una tragedia. Strindberg la scrive nel 1887 ed è il tentativo di comporre un’opera “naturalistica”, cioè che scavi nella “natura” umana, osservando una banale vicenda familiare attraverso lo specchio deformante del mito di Ercole e Onfale e dello “scambio di vestiti” che fecero tra loro. Questo significa lo “scambio dei ruoli” nella società di fine Ottocento, che segna la “caduta” del “ruolo” (e quindi del “senso”) della figura paterna».