Il nome della rosa

Umberto Eco

Alla Corte
Dal 17 ottobre fino al 29 ottobre

Produzione

Teatro Stabile di Genova
Teatro Stabile di Torino
Teatro Stabile del Veneto

Regia e adattamento

Interpreti

Eugenio Allegri Ubertino da Casale, Bernardo Gui
Renato Carpentieri Jorge da Burgos
Luigi Diberti Il vecchio Adso
Daniele marmi Bencio da Upsala
Luca Lazzareschi Guglielmo da Baskerville
Giulio Baraldi Severino da Sant’Emmerano
Marco Zannoni L‘Abate
Alfonso Postiglione Salvatore
Arianna Primavera Una ragazza
Marco Gobetti Malachia da Hildesheim, Alinardo da Grottaferrata
Mauro Parrinello Berengario da Arundel
Franco Ravera Remigio da Varagine
Giovanni Anzaldo Il giovane Adso

Contributi artistici

Versione teatrale

Stefano Massini (© 2015)

Scene

Margherita Palli

Costumi

Silvia Aymonino

Musiche

Daniele D’Angelo

Luci

Alessandro Verazzi

Un libro che ha cambiato la storia della letteratura in Italia, una vicenda che attinge alla filosofia come al romanzo di genere: Il nome della rosa, capolavoro indimenticabile di Umberto Eco, arriva per la prima volta a teatro con la regia di Leo Muscato.
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Il fascino e il mistero di uno dei più importanti romanzi del Novecento italiano risuonano per la prima volta sulle assi di un palcoscenico. Il nome della rosa, l’opera che ha reso ancor più celebre un maestro del pensiero quale fu Umberto Eco, diventa finalmente teatro.
Grazie all’adattamento di Stefano Massini, drammaturgo tra i più apprezzati in Europa, e con l’attenta regia di Leo Muscato, la nota vicenda di Guglielmo da Baskerville e del fido Adso – sorta di Sherlock Holmes e Watson in pieno Medioevo – si muta in un lavoro corale, coinvolgente e appassionante.
Opera complessa, che racchiude diverse e sovrapposte chiavi di lettura, Il nome della rosa travalica l’accurata e minuziosa ricostruzione storica per diventare metafora, gioco di specchi, racconto scenico che non esclude l’ironia grazie ai ritmi e alle aguzze architetture del giallo.
Nell’edizione teatrale concepita da Massini, la regia di Muscato è libera di allestire un affresco arioso e coinvolgente, scandito in quadri quasi brechtiani, dando corpo a un racconto che si dipana attraverso sette giorni in cui ogni giorno è a sua volta suddiviso in otto capitoli che segnano la ritualità della vita in convento.
Vale la pena, dunque, lasciarsi andare alle suggestioni dello spettacolo, senza pensare al film di Jean-Jacques Annaud. Come ha scritto il regista, presentando il lavoro: «Se è vero che al centro dell’opera di Eco vi è la feroce lotta fra chi si crede in possesso della verità e agisce con tutti i mezzi per difenderla, e chi al contrario concepisce la verità come la libera conquista dell’intelletto umano, è altrettanto vero che non è la fede a essere messa in discussione, ma due modi di viverla differenti. Uno guarda all’esterno, l’altro all’interno; uno è serioso, l’altro fortemente ironico. Anche per questo, se ne saremo capaci, proveremo a raccontare questa storia con una lieve leggerezza che possa qua e là sollecitare il riso, con buona pace del vecchio frate Jorge».

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