Il borghese gentiluomo

Molière

Alla Corte
Dal 7 novembre fino al 12 novembre

Produzione

Teatro Stabile di Genova
Fondazione Teatro Due

Regia

Interpreti

Filippo Dini Signor Jourdain, borghese
Orietta Notari Signora Jourdain, sua moglie
Sara Bertelà Dorimène, marchesa
Davide Lorino Dorante, conte, amante di Dorimène/ maestro di musica
Valeria Angelozzi Lucile, figlia di Jourdain/ aiutante sarto  
Ivan Zerbinati Cléonte, innamorato di Lucile/ maestro di scherma/ lacchè 
Ilaria Falini Nicole, serva/ sarto
Roberto Serpi Covielle, servo di Cléonte/ maestro di ballo
Marco Zanutto Maestro di filosofia       

Contributi artistici

Versione italiana

Cesare Garboli

Scene

Laura Benzi

Costumi

Laura Benzi

Musiche

Arturo Annecchino

Luci

Pasquale Mari

Torna in scena, dopo il successo della passata stagione, Il borghese gentiluomo, aspra commedia di Molière che il regista Filippo Dini spinge sui ritmi e le caratterizzazioni della farsa. Un capolavoro di comicità che svela, però, una acuta satira sociale. #molière #classici #teatrocomico #identità

Sostenuto nientemeno che dal Re Sole, Molière si divertiva a far beffe delle paturnie e delle piccinerie di Corte: con Il borghese gentiluomo prendeva di mira gli arrampicatori sociali, quei borghesi che aspiravano al “titolo”, ossia i nuovi arricchiti che si spacciavano per nobili e, al tempo stesso, quei nobili spiantati che non sapevano come arrivare a sera. Jean Baptiste de Poquelin metteva in cortocircuito due classi sociali ben distinte: la nascente borghesia e la dura aristocrazia che sarebbero arrivate, di lì a poco, a risolvere il proprio conflitto a colpi di ghigliottina. Eppure già nel 1670, anno in cui la commedia andò in scena su musiche di Lully, la questione era aperta: la lotta di classe cominciava a dipanare le sue feroci possibilità.
Ma ben oltre la farsa, vi è in questo testo un’amara parodia, un ritratto desolato di chi, come anche Tartufo, si vuole spacciare per altro o diventare altro, comprando, a suon di mance e mazzette, non solo il titolo, ma l’identità. Faticoso diventare chi non si è: e Molière non nasconde una certa simpatia per l’ingenuo Monsieur Jourdain, un personaggio che fa quasi tenerezza per la buona volontà con cui si applica, zelante e generoso, nell’apprendere tutto ciò che potrebbe farlo ben figurare in “società”. Ha un sogno e lo dice chiaramente: avere a che fare con i nobili e per quell’idea di felicità è pronto a tutto. Gli altri se ne approfittano: dai sedicenti maestri – di musica, di ballo, di scherma o di filosofia – passando per un nobile filibustiero che gli spilla quattrini. La moglie lo avverte, la figlia si ribella, ma Jourdain tira dritto nel suo sogno, fino a che non dovrà pagarne, pesantemente, il prezzo.
Filippo Dini, regista e raffinato interprete, affiancato da un’eccellente e affiatatissima compagnia, s’impossessa del testo in un vortice di caricature di grande impatto comico: una galleria di mostri in cui non si salva nessuno, se non forse la Marchesa Dorimène, la gentildonna che il protagonista sogna, che diventa una cechoviana, languida ed erotica figura di rara umanità.
Jourdain, invece, con in testa una corona che è uno scolapasta rovesciato e illuminato da candele degno di Ubu, rimarrà punito mentre gli altri festeggiano: del grossolano sogno del borghese gentiluomo non resta nulla.

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