Fine dell’Europa

Rafael Spregelburd

Al Duse
Dall'11 ottobre fino al 20 ottobre

Produzione

Teatro Stabile di Genova
Comédie de Caen
Comédie de Reims-CDN
Théâtre de Liège

Interpreti

Robin Causse
Julien Cheminade
Sol Espeche
Alexis Lameda-Waksmann
Adrien Melin
Valentine Gérard
Sophie Jaskulski
Emilie Maquest
Aude Ruyter
Deniz Özdogan

 

Contributi artistici

Drammaturgia e traduzione

Guillermo Pisani

Con la collaborazione di

Manuela Cherubini

Scena e luci

Yves Bernard

Video

Quentin Vigier

Assistente alla regia

Federico Perrone

Direttore di scena

Camille Faure

Capo elettricista

Marco Giorcelli

Dittico composto da due capitoli autonomi proposti con il seguente calendario: 12-15-19 ottobre spettacolo integrale; 11-13-14 ottobre solo primo capitolo; 17-18-20 ottobre solo secondo capitolo. Lo spettacolo è recitato in francese con sovratitoli in italiano.
In Fine dell’Europa l’autore e regista argentino Rafael Spregelburd riflette sull’idea stessa di fine: fine della realtà, della storia, della famiglia, del benessere… La civiltà occidentale si racconta in una prospettiva apocalittica eppure profondamente umana.

La fine è un’illusione utile e vendicativa.
Utile, perché ciò che finisce deve per forza aver avuto un inizio e quindi ogni fine sussurra che il destino si ordina in linea retta e non secondo pura casualità.
Vendicativa, perché chi annuncia una fine acquisisce immediatamente un enorme potere: colui che indica la fine lo fa perché sente che ad essa è sopravvissuto. Ed è in questa sopravvivenza che si misurano le forze.
Perché la fine è sempre quella degli altri, è per gli altri. Per la propria fine non c’è lingua né campionario.
Questo spettacolo, come un fascicolo perduto di una qualche enciclopedia del contemporaneo, mette alla prova l’utilità e la vendetta di otto fini possibili, scelte come favole morali fra molte altre possibili.

EUROPA IN PEZZI

1 La fine dei confini

“La fine dei confini” affronta il problema della lingua in quanto generatrice di limiti; la dissoluzione assurda del linguaggio ci mette a confronto con una nuova mappa sconosciuta. Una cantante è costretta a spiegare tutte le parole della canzone che ha appena cantato con passione. La sua canzone è politica, ma la sua analisi non è che confusione e chiacchiericcio di fondo da autobus.

2 La fine dell’arte

“La fine dell’arte” prende spunto dall’episodio riguardante Cecilia Giménez, una signora di Borja, Saragoza, che, nel tentativo di restaurare un quadro esposto nella chiesa del suo paese, ha scatenato una serie di calamità mediatiche. Un atto di genuino amore infarcito di sottile spirito conservatore, che si è trasformato rapidamente in burla,  sgorbio, scandalo, affare e tristezza.

3 La fine della nobiltà

“La fine della nobiltà” s’interroga sull’ultima delle illusioni del potere, quella della vera nobiltà, la nobiltà simbolica, un mondo separato da quello del lavoro, alimentato da un combustibile invisibile: il denaro. Lo strascico di una festa in una corte italiana del XXI secolo si consuma nella tristezza: un paleontologo che si esibisce in un numero di trasformismo, canzoni mal plagiate di Julio Iglesias, maghi che non si ricordano più i loro trucchi e una contessa che ha visto troppo poco del mondo reale e che soffre terribilmente.

4 La fine della storia

“La fine della storia” cerca di parafrasare la nociva teoria di Fukuyama, che suppone la fine delle dicotomie politiche per mano del neoliberalismo trionfante, ma attraverso una trappola linguistica possibile solo in alcune lingue: la confusione fra Storia (lo svolgimento delle vicende umane nel corso del tempo) e storia (successione di vicende di casi reali o no, oggetto di una narrazione). In questa pièce una “storia” si sovrascrive su un’altra attraverso l’utilizzo di testi proiettati che non corrispondono completamente a ciò che vediamo. Un folto gruppo di attori sta  allestendo un’opera di un’altra epoca, un’opera che a tutti è venuta bene, tranne che a loro. Ciò che desiderano con fervore è raccontare la storia. Ma c’è qualcos’altro da raccontare oltre alla sussistenza ostinata e corporea di questi esseri contemporanei? Ciò che è vecchio è sempre oggi.

ALTRI PEZZI D’EUROPA 

5 La fine della sanità

“La fine della sanità” riflette sul diritto alla salute, mai del tutto garantito. Chi ha il dovere di vegliare su questo bene? Si tratta poi di un “bene”, è possibile “consumare” la Salute? Quali percorsi inattesi possono assumere le istituzioni, che hanno saputo trasformare così bene la salute umana in un ricco business?

6 La fine della realtà

“La fine della realtà” celebra con tristezza l’avvento del virtuale. Una conferenza, mal tradotta in diverse lingue, mette in evidenza che da qualche tempo il reale ha cessato d’esistere. Schermi tattili, Angry Birds e bambini alienati. Ciò che è importante lo è solo nel contesto cui appartiene, al di fuori di esso ciò che è reale assume la smorfia viscida del virtuale. E il virtuale senza finalità estetiche è puro riflesso del nostro passaggio sulla terra, soltanto eco di voci che si perdono nel ruggito di altre specie altrettanto estinte.

7 La fine della famiglia

“La fine della famiglia” racconta in modo bizzarro lo smantellamento della casa di famiglia dopo la morte dei genitori. La divisione dei mobili, dei tesori familiari e delle fotografie mette in risalto qualcosa in più rispetto ai legami di sangue. Perché immaginare che la famiglia sia il miglior modo di organizzare i corpi nello spazio? Di cosa finiremo per discutere se non di politica? Uno strano omaggio con aroma di Brexit.

8 La fine d’Europa

Abbiamo effettuato una sostituzione di termini – per nulla innocente – secondo la quale “Europa” è il titolo di una serie televisiva caduta in disgrazia, una coproduzione di diversi paesi europei che si trascina verso una fine annunciata, tanto per mancanza d’immaginazione da parte degli autori quanto per mancanza di desiderio da parte degli interpreti, o magari per semplice decisione finanziaria dei produttori. Nonostante tutti questi ostacoli, l’annuncio della fine non fa che scatenare un desiderio insopprimibile di ripristinare l’antico ordine. Forse per il volere di un qualche Dio che ha deciso sorprendentemente di salvare la serie “Europa”, una discreta schiera di angeli in forma di assistenti, truccatori, tecnici o cherubini, interviene nella realizzazione di questa fiction dal destino incerto, per salvare Europa dalla sua fine.

GALLERIA FOTOGRAFICA