Una casa di bambola

Henrik Ibsen

Alla Corte
Dal 4 aprile fino al 9 aprile

Produzione

Teatro Franco Parenti
Teatro della Toscana

Interpreti

Filippo Timi
Marina Rocco
con la partecipazione di Mariella Valentini
e con Andrea Soffiantini
Marco De Bella
Angelica Gavinelli
Elena Orsini
Paola Senatore

Contributi artistici

Versione italiana e adattamento

Andrée Ruth Shammah

Spazio scenico

Gian Maurizio Fercioni

Costumi

Fabio Zambernardi in collaborazione con Lawrence Steele

Musiche

Michele Tadini

Luci

Gigi Saccomandi

Nuova e inedita lettura del dramma di Ibsen più volte messo in scena come inno alla liberazione della donna dal patriarcato. E se Nora non fosse la vittima in quella “casa di bambola”, ma fosse lei a condurre il gioco, obbligando il marito a interpretare i diversi ruoli maschili della commedia?

Scritto da Henrik Ibsen (1828-1906) durante il suo soggiorno ad Amalfi e rappresentato la prima volta a Copenaghen il 21 dicembre 1879, Casa di bambola è un dramma famigliare che è stato quasi sempre interpretato come una feroce e liberatoria critica dei tradizionali ruoli tra uomo e donna nell’ambito del matrimonio, non solo ottocentesco. Lo stesso Ibsen scrisse nei suoi primi appunti per la commedia: «Ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze: una, in un uomo e un’altra, completamente differente, in una donna. L’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo». Da qui, la tradizionale lettura essenzialmente femminista di un testo che si conclude con un liberatorio sbattere di porte e l’interpretazione quale eroina del futuro di un personaggio per scrivere il quale Ibsen sembra si sia ispirato a una scrittrice sua amica, Laura Kieler, protagonista di un celebre scandalo dell’epoca, molto simile alla vicenda narrata dal drammaturgo norvegese.

Ma ora la regista Andrée Ruth Shammah e il protagonista Filippo Timi invitano lo spettatore a rovesciare questo tradizionale punto di vista, muovendo dalla domanda: «E se Nora non stesse dicendo la verità quando afferma di essere sempre stata trattata come una bambola?». Partendo da questo dubbio e lasciandosi trasportare dalla complessità della trama, la regista e l’interprete di tutti i ruoli maschili giungono alla conclusione che lungi dall’essere lei la vittima, è Nora che regge i fili della vita coniugale e che manipola il marito Torvald, obbligandolo, appunto, a interpretare ruoli diversi. Il risultato è che l’intreccio così si complica e si trasforma in una specie di thriller, sortendo uno spettacolo intrigante come un giallo, fatto di sentimenti e passioni, truffe e calcoli interessati, inganni, utopie e rese dei conti, di cui ci si serve soprattutto come pretesto per coinvolgere lo spettatore in un viaggio nei rapporti tra i diversi e sofisticati ruoli maschili e femminili che popolano il testo ibseniano.

Come annotò nel 1900 James Joyce a proposito di Casa di bambola: «L’opera drammatica di Ibsen non polarizza l’attenzione sull’azione o sugli avvenimenti. Persino i personaggi, per quanto perfetti, non sono l’essenza delle sue opere. Quello che per lui conta è il nudo dramma. È questo che attrae innanzitutto la nostra attenzione. Come base di tutte le sue opere, Ibsen ha scelto la vita di personaggi comuni nella loro verità senza compromessi».

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