Il gabbiano

Anton Cechov

Alla Corte
Dal 28 febbraio fino al 19 marzo

Interpreti

Elisabetta Pozzi Irina Nikolaevna Arkadina, vedova Treplev, attrice          Francesco Sferrazza Papa Konstantin Gavrilovič Treplev, suo figlio
Federico Vanni Petr Nikolaevič Sorin, fratello di Irina 
Alice Arcuri Nina Michailovna Zarečnaja, la giovane figlia di un ricco possidente
Roberto Alinghieri Il’ja Afana’sevič Ṧamraev, tenente in congedo, amministratore di Sorin   
Mariangeles Torres Polina Andreevna, sua moglie
Eva Cambiale Maṧa, sua figlia 
Tommaso Ragno Boris Alekseevič Trigorin, scrittore
Giovanni Franzoni Evgeneij Sergeevič Dorn, medico 
Andrea Nicolini Semen Semenovič Medvedenko, maestro
Kabir Tavani Jakov, operaio

Contributi artistici

Versione italiana

Danilo Macrì

Scene

Catherine Rankl

Costumi

Catherine Rankl

Musiche

Andrea Nicolini

Luci

Marco D'Andrea

Riflessione su Arte e Vita. Un classico del teatro moderno, capace di parlare con linguaggio attuale a tutte le generazioni: ai giovani vittime del loro dolore esistenziale e agli adulti che stentano ad accettare il trascorrere degli anni. Ritratto “dal vivo” di un’umanità autentica e vera.

È uno dei testi teatrali moderni più noti e rappresentati di sempre; i personaggi della giovane Nina e del tormentato Konstantin, di Irina Arkadina, sua madre celebre attrice e amante dello scrittore Trigorin, sono stati portati sul palcoscenico in tutto il mondo dai maggiori attori di teatro e messi in scena dai più celebri registi. Il tema di un’umanità delusa dall’inutilità della vita ritornerà in tutti i successivi lavori teatrali di Cechov. Il titolo dell’opera viene da un accostamento simbolico: quello fra l’ignara felicità di un gabbiano che, volando sulle acque di un lago, viene stroncata dall’oziosa indifferenza di un cacciatore, e la sorte di una fanciulla, Nina, che sulle rive dello stesso lago si innamora di Trigorin, il quale senza cattiveria, anzi cedendo a una sorta di fatalità, approfitta della sua femminile smania di aprire le ali, la porta via con sé a fare l’attrice, la rende madre di un bimbo che però muore, e la lascia infine tornare a casa distrutta. Qui c’è un altro uomo che l’ama da molto tempo, il giovane Konstantin, anche lui scrittore, che sogna l’arte e la gloria. Ma la madre di lui, Arkadina, disprezza l’inconsistenza delle liriche fantasie che egli va componendo e l’amata Nina non vuol saperne di lui.

Scritto nel 1895 e rappresentato a Pietroburgo l’anno successivo, Il gabbiano fece dapprima registrare un insuccesso clamoroso, ma quando nel 1898 Stanislavskij e Dančenko rimisero in scena questo testo al loro Teatro d’Arte di Mosca fu subito un trionfo che aprì la via all’affermazione di Anton Cechov quale uno dei padri del teatro moderno.

«Guardando il vostro teatro, bisogna essere dei mostri di virtù per amare, compatire, aiutare a vivere queste nullità, questi sacchi di trippa che siamo… Vedete, a me pare che trattiate gli uomini con il gelo del demonio!». Con folgorante sintesi, così scriveva Maksim Gorkij a Cechov, dopo aver assistito ad una rappresentazione di Zio Vanja. A me pare che stia proprio lì l’essenza del genio di Cechov: la feroce denuncia del nostro nulla, coniugata in una continua altalena di ridicolo e patetico, diventa uno stringente invito a compatire, ad amare questi esseri inutili che siamo. Il palcoscenico di Cechov è la forma più gentile, condivisa, ironica di spietatezza. Il suo “Teatro della Crudeltà” è il più “umano” che io conosca. Marco Sciaccaluga

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